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  • Rezophonic - Sora, Stadio Trecce/Panico - 04 ottobre 2008

    14 nov. 2008, 18h27m

    Per quanti non ne siano al corrente è bene spendere due parole per presentare il progetto Rezophonic, il collettivo rock itinerante che supporta la missione di AMREF Italia e il suo proposito di realizzare pozzi d’acqua nella regione del Kajiado, una tra le più aride superfici dell’intero globo terrestre. Questa sorta di cantiere aperto trova linfa vitale nel contributo di decine di artisti della scena rock e alternative tricolore ed è stato concepito dal generoso input del batterista Mario Riso, veterano della scena rock italiana che, nei miei ricordi di giovane metallaro, mi rimanda ai bei tempi del Monsters of Rock del 1988 dove si esibì con la sua band di allora, i Royal Air Force. Purtroppo pioggia e grandine scese in abbondanza nel pomeriggio hanno provocato un drastico abbassamento delle temperature che ha tenuto lontano il grande pubblico, lasciando comunque a un paio di centinaia di coraggiosi, l’opportunità di godere di un concerto che in barba alle intemperie, ha scaldato ed entusiasmato.

    Sabato 4 ottobre la carovana Rezophonic è venuta a suonare a un km da casa mia e non me la sono certamente fatta scappare, quando il rock'nroll chiama, il vostro doggyboy preferito risponde e scatta sull'attenti! Pronti, via e le note infuocate di "Riso’s beat" ( http://it.youtube.com/watch?v=vxYIhWVUmEk ) scaldano a dovere l’ambiente mettendo in mostra il carisma di un Olly (Shandon, The Fire) vocalmente in stato di grazia, così come ha dimostrato anche nella scatenata "Can you hear me?" ( http://it.youtube.com/watch?v=LLcYmVARMmo ). Tra gli altri interventi, il chitarrista dei Bluvertigo, Livio Magnini, ha fatto le veci di Morgan e cantato "Fuori dal tempo" ( http://it.youtube.com/watch?v=VsFRJopZwsI ) mentre i Movida si sono esibiti in formazione originale (con JL Battaglion alla chitarra, anche lui ex R.A.F. con Mario Riso). Ovviamente non potevano mancare "Uomo di plastica" e "Spasimo" e i fruitori di Rock tv sotto il palco non si sono risparmiati nel cantarle insieme agli artisti sul palco

    …Ma le donne? Assente annunciata Cristina Scabbia e purtroppo defezionaria dell'ultim'ora Eva dei Prozac +, il compito di interpretare le parti femminili è stato svolto alla grande da L’Aura; al riparo dal freddo grazie a un vistoso cappello fucsia, l’artista bresciana ha duettato brillantemente con gli altri ospiti e si è ritagliata un suo spazio autonomo nel quale ha anche eseguito al piano la sua "Radio star" ( http://it.youtube.com/watch?v=9wXXjF_D7q0 ) che nel 2005 l’ha rivelata alla ribalta nazionale. E a proposito di esibizioni voice and piano, è impossibile non citare la splendida performance del milanese Diego Mancino; la sua "Cose che cambiano tutto" ( http://it.youtube.com/watch?v=oM11Tfvv_Jk ) ha certamente rappresentato uno tra i momenti più ricchi di pathos dell’intera serata.

    Il finale ha riservato applausi e supporto a un altro grande “vecchio” della scena hard tricolore, l'ex Vanadium Pino Scotto! Inutile negare che molti dei presenti aspettavano per cantare a squarciagola con lui "Come noi" ( http://it.youtube.com/watch?v=WtvxEVDS8M0 ), un altro episodio ben riuscito di un evento che di negativo ha avuto soltanto un freddo dicembrino e un numero troppo alto di persone che col senno di poi avrebbero preferito non mancare: gli assenti
  • Hardcore Superstar + Crashdiet - Roma, Stazione Birra - 11 dicembre 2007

    14 nov. 2008, 18h22m

    Freschi di un album in studio nuovo di zecca (“Dreaming in a casket”) e di un singolo, “Bastards” che, soprattutto in patria, sta facendo faville, gli svedesi Hardcore Superstar sono tornati per la terza volta in Italia, negli ultimi tre anni. col loro carico di rock’n’roll e bad attitude. La prima osservazione positiva riguarda la venue dello show, la Stazione Birra, uno dei pochi club in Italia che non sono stati “prestati” alla musica ma che per essa sono stati concepiti, basta dare uno sguardo alla struttura e ai materiali impiegati per rendersene conto. Purtroppo alcuni impegni hanno ritardato la partenza per Roma e quando giungo in loco riesco a vedere soltanto le ultime due canzoni eseguite dal supporting act, i Crashdiet, la cui matrice hard ottantiana si palesa nella conclusiva “Breaking the chains” acclamata a gran voce dai presenti che sono apparsi molto soddisfatti dalla loro prestazione.

    Un rapido cambio di strumentazione on stage e una breve introduzione annuncia l’ingresso (accompagnato dal boato dei circa trecento presenti) degli Hardcore Superstar sul palco. I quattro non si fanno pregare e iniziano lo show ricalcando la tracklist del loro ultimo e recente album in studio piazzando quindi in apertura “Need no company” e “Medicate me” in maniera anche più energica di quanto si ascolta su cd; a fare le spese di tale carica è la pelle (o la retina) del rullante del batterista Magnus "Adde" Andreasson che deve essere sostituito dopo soltanto due brani, prima di riprendere, con “Silence for the peacefully”, una corsa selvaggia pregna di furore rock.

    È bene chiarire che c’è stata una evidente evoluzione nel suono della band che, da un paio di album a questa parte, sembra aver diluito le sonorità sleaze/glam degli esordi a favore di una proposta più potente, piena e hard, ragion per cui la scaletta del concerto ha privilegiato prevalentemente i due dischi in questione a discapito ad esempio dello splendido “Bad sneakers and a pina colada” dal quale è stata estratta la sola “Liberation” in fase di bis. Peccato non aver potuto ascoltare “Have you been around” o “You will never know” alle quali, comunque, ben poco avrebbe giovato questo nuovo impatto sonoro.

    I ragazzacci di Gothenburg si dannano l’anima sul palco, ci danno dentro senza riserve e contagiano col loro rock’n’roll ipervitaminizzato: Joakim "Jocke" Berg versa in un invidiabile stato di grazia, la sua voce ha retto per tutto il tempo, il carisma nonché un fisico asciutto e scolpito hanno fatto il resto (da segnalare una consistente presenza di giovani donzelle, soprattutto nelle prime file). Il suo alter ego, Thomas Silver, mi ha dato costantemente l’impressione di incarnare un moderno Andy McCoy, la sua sei corde è stata indubbiamente un altro elemento determinante per la buona riuscita della serata mentre efficace e preciso è stato il lavoro del bassista Martin Sandvick, piuttosto appesantito nel fisico se paragonato ai suoi compagni.

    “Kick on the upperclass” e “We don’t celebrate Sundays”, poste a cavallo della già citata “Liberation” costituiscono il terzetto col quale la band ha concluso il proprio set, una scarica di adrenalina accompagnata dal sostegno di fans che sembravano davvero avere risorse illimitate, considerata la gran cagnara che regnava sotto il palco. Non c’è dubbio che quella appena consumata sia stata un’altra grande serata di rock, del resto non se ne ha mai abbastanza, anzi, a questo punto sarei disposto a prendere personalmente per il collo Josh Todd affinché porti da queste parti anche i suoi grandiosi Buckcherry. Keep on rockin everybody!
  • Dokken + Kingdom Come - Roma, Circolo degli Artisti - 09 ottobre 2007

    14 nov. 2008, 18h20m

    Una fetta di storia dell’hard&heavy degli anni ottanta, Dokken e Kingdom Come, si è imbarcata nel “Defenders of Rock” tour che ha toccato anche le lande italiche con due date, otto ottobre a Milano e ieri sera a Roma (Circolo degli Artisti) appuntamento al quale ho avuto la fortuna di assistere. Come spesso purtroppo è accaduto anche in passato, il pubblico della capitale ha cannato clamorosamente e alla fine non si conteranno più di centocinquanta (comunque fortunate) presenze; la cosa non mi ha sorpreso più di tanto, basti pensare ai concerti di Anthrax, Fun Lovin’ Criminals ed Everlast (solo per citarne qualcuno) in venues desolatamente semivuote. Passiamo comunque alla musica…

    Quello dei Kingdom Come è ancora il classico hard rock a cui ci avevano abituato fin dai tempi del debut album (1988), quadrato, roccioso, melodico, blueseggiante e marcatamente zeppeliniano. L’audio all’interno del Circolo è più che soddisfacente e la band, decisamente in palla ed eccitata dal supporto delle prime file, ne beneficia sorprendendo tutti per precisione e compattezza. Il buon Lenny Wolf, malgrado la quarantina sia bella e che passata, si presenta sul palco in una forma fisica spettacolare e, vocalmente, allo stesso livello di venti anni fa; una timbrica potente, graffiante e piena, con un solo difetto, un debito di riconoscenza nei confronti di un certo Robert Plant che spesso rimanda ai fasti del dirigibile più famoso della storia del rock. I Kingdom hanno eseguito una setlist equamente ripartita tra materiale recente (con arrangiamenti più moderni spesso accompagnati da basi campionate) ed altro degli esordi, quest’ultimo particolarmente apprezzato come nel caso della conclusiva “Do you like it” tratta dal secondo album, “In your face” del 1989

    Un paio d’ore prima Don Dokken firmava autografi nel backstage, un po’ appesantito e dall’aria vagamente stanca mi aveva fatto temere una serataccia; purtroppo la sua voce stasera era poca tuttavia il vecchio Don l’ha dosata al meglio delle sue possibilità lungo l’arco dei novanta minuti senza smettere mai di incitare il pubblico ed interagire simpaticamente con esso (fantastico quando ha indicato un tizio in prima fila dicendo che aveva la sua stessa faccia ma con venti anni di meno). Dietro le pelli c’è ancora il grande “Wild” Mick Brown che, pazzo come e più del solito, ha pestato il suo drumkit di santa ragione, pulito e preciso il lavoro del bassista Barry Sparks mentre gran lavoro alla sei corde per Jon Levin che oltre ad una tecnica sopraffina ha dimostrato una spiccata fedeltà a quelli che una volta erano gli assoli di Gorge Lynch.

    La scaletta eseguita dai Dokken è stata una sorta di greatest hits, un viaggio entusiasmante ed emozionante imperniato intorno ai capisaldi della loro discografia anni ottanta, lo si è capito ed apprezzato fin da subito considerando che la band ha piazzato in apertura cinque classici del calibro di “Kiss of death”, “Into the fire”, “Dream Warriors”, “The hunter” e “Breaking the chains”. Il pubblico, così come prevedibile di età media “rispettabile”, ha risposto cantando gran parte del materiale (una certa nostalgia e commozione ha fatto capolino anche dalle parti del sottoscritto), la band ha apprezzato e ci ha dato dentro, senza cullarsi sugli allori per via di un passato eccellente in cui suonava di fronte a ben più numerose platee.

    Non potevano mancare gemme come “Unchain the night” e “It’s not love” tratte dal loro capolavoro di class metal “Under lock and key” (1985) ma le prime file reclamavano a gran voce “Tooth and nail” che ha inaugurato i bis scatenando il putiferio sotto il palco. La chiusura affidata a “In my dreams” è stata la ciliegina sulla torta di una grande serata di rock, sfortunatamente destinata a pochi privilegiati intimi…Peccato per gli assenti, stavolta hanno avuto davvero torto.
  • The Hormonauts - Cassino, Eqo Festival - 05 agosto 2007

    14 nov. 2008, 18h18m

    Al contrario di quelli visti l’anno scorso in qualità di supporters di una delle due date italiane della leggenda horror punk, i Misfits (o quel che ne resta), gli Hormonauts visti all’opera a Cassino sono apparsi liberi da rigidi limiti di tempo o di setlist e di conseguenza più a proprio agio in un contesto magari meno formale e, ovviamente, meno affollato, quasi come se questa dimensione partecipe ma più intima fosse l’habitat naturale del trio. “Hormonized”, album del 2006 rappresenta il piatto forte della scaletta ma non mancano vecchi ed esaltanti episodi come ad esempio una scoppiettante “Cassius”. Il rockabilly di Andy & soci corre spedito come una locomotiva, non perde colpi e sembra rinvigorirsi da canzone a canzone; lo spettacolo è un concentrato di groove ed energia e rende benissimo senza il bisogno di ricorrere a vecchi hit come “I see two” o a cover di sicura presa come “My Sharona” o “Stayin’ Alive”.

    Poi c’è Pinna che non è un batterista, o perlomeno non è solo un batterista: è in realtà una piovra, un funambolo dal talento inversamente proporzionale alla sua non proprio esuberante struttura fisica. Potrebbe infilare il suo drumkit (essenziale ma bellissimo, un gioiellino) in tasca e continuare a suonarlo senza sbagliare un solo colpo, uno spettacolo nello spettacolo. Le gag, le battute e la voglia di prendersi poco sul serio sono senz’ombra di dubbio l’arma in più nell’economia di un live set di questa band, il mood generale ne risente positivamente mentre l’attitudine gigionesca non compromette minimamente la qualità dell’esecuzione che invece risulta sempre impeccabile e tremendamente energica

    L’annuncio dell’ultimo brano in scaletta (era passata da un pezzo l’una di notte) genera comprensibile delusione tra gli oltre duecento presenti che però non hanno il tempo di rammaricarsi dal momento che gli Hormonauts sparano una versione ipervitaminizzata di “Great Balls of fire” che lo stesso Jerry Lee Lewis non avrebbe faticato ad apprezzare, producendo sul pubblico lo stesso effetto della benzina sul fuoco, una vera festa. L’intervallo prima dei bis vola via in un attimo e basta il primo accordo di una fulminante “Tainted love” per scatenare di nuovo la sarabanda di danze sotto il palco, i tre se ne compiacciono, si divertono da matti e la loro esibizione sembra giovarne ulteriormente.

    Divertenti, energetici, coinvolgenti…promozione a pieni voti per questi Hormonauts.
  • Motorhead - Roma, Stadio Olimpico - 20 giugno 2007

    14 nov. 2008, 18h14m

    E venne il giorno in cui lo Stadio Olimpico divenne ostaggio dell’heavy metal…chi l’avrebbe mai detto? Fonti piuttosto certe mi hanno parlato di circa 20.000 biglietti venduti in prevendita e il colpo d’occhio finale penso che abbia ratificato alquanto correttamente tale previsione. Tribuna Montemario e prato invasi da metal kids provenienti dal centro e sud Italia ma anche da parecchi stranieri (c’erano Scozzesi, Inglesi, Finlandesi ed altri ancora) in quella che si è rivelata una giornata di festa e musica così come era stata originariamente concepita. Il cartellone prevedeva che sotto il solleone si esibissero gli Italianissimi Sadist, una inascoltabile Lauren Harris (se non fosse la figlia di Steve…bla bla bla), i Mastodon e i Machine head. Considerata l’età il sottoscritto si è guardato bene dal gettarsi nella mischia soprattutto sotto quel sole assassino ma c’era un momento che stavo aspettando e che per nulla al mondo mi sarei perso.

    Senza intro o presentazioni di sorta ecco salire sul palco i Motorhead accolti da un’ovazione generale e migliaia di braccia levate. Per proteggersi dagli ultimi raggi di sole Lemmy ritarda di qualche secondo l’inizio in attesa che un roadie gli porti gli occhiali scuri, poi si avvicina al microfono e lancia la sua dichiarazione d’intenti: “We are Motorhead…In Italia…and we play some fuckin’ rock’n’roll”. Detto e fatto visto che bastano le iniziali schegge di “Snaggletooth” e “Stay Clean” a catturare un’audience a dir poco partecipe.
    “Be my baby” tratta dall’ultimo “Kiss of Death” o la rasoiata di “Killers”(da “Inferno”) rappresentano egregiamente le ultime release della band inglese e c’è spazio anche per una divertentissima “Going to Brazil” ma l’occasione era troppo ghiotta per non mettere qualche sorpresa sul piatto tanto che è stata rispolverata anche una robusta “I got mine” dal troppo (ingiustamente) bistrattato “Another Perfect Day” del 1983. ci sono molti bykers e rockers stagionati nei pressi del palco dei Motorhead, una tipologia di pubblico differente da quella che di lì a poco glorificherà gli headliner; ad ogni modo l’accoglienza riservata a questi tre ceffi è stata tale da colpire non poco la band stessa, le espressioni compiaciute, evidenziate dai maxischermi posti ai lati del palco, sono state in questo senso molto eloquenti. I Motorhead sono comunque pur sempre un capitolo di storia vivente e tra il pubblico ce lo ricordiamo bene quando riceviamo in dono vecchi capolavori come “Metropolis” e “Killed by Death”, poi però arriva “Sacrifice” (che già di per se è un massacro sonoro) che nel bel mezzo lascia spazio ad un assolo di batteria DISUMANO di Mikkey Dee…in vita mia raramente avevo assistito ad un tale responso per questo tipo di assolo ma posso assicurarvi che i presenti si sono spellati le mani.
    I fan più accaniti conoscono bene la passione di Lemmy per la Seconda Guerra Mondiale ed immancabili, tra le prime file, compaiono vessilli di quell’epoca che sventoleranno lungo l’intera durata del set Motorheadiano. Detto di Mikkey Dee non si può non evidenziare la buona vena di Phil Campbell che, oltre a suonare alla grande, ha scherzato molto col pubblico invitandolo spesso ad urlare tuttavia chi va a vedere i Motorhead ci va per lui, il Grande Vecchio del Rock’n’Roll, Ian Fraser “Lemmy” Kilmister…lui è lì esattamente così come lo si immagina, coi suoi bubboni e gli eterni baffi, col suo immancabile Rickembacker a tracolla e quella voce devastata che lo ha reso celebre…non ha bisogno di balletti o di agitarsi, non gli serve sparare pose o ammiccare per strappare qualche applauso…lui è semplicemente il Dio del Rock’n’roll, PUNTO!
    In un clima festoso che i Motorhead avevano alimentato a mille cosa pensate che possa essere accaduto durante l’esecuzione mozzafiato di “Ace of Spades” o la chiusura di una “Overkill” abrasiva ed impietosa? Io ero lì per loro…e cazzo se ne è valsa la pena!


    Dopo i Motorhead si è assistito al trionfo degli Iron Maiden, uno show forte di una band decisamente in palla, un suono ottimo, un Bruce Dickinson in forma strepitosa ed una scaletta ricca di vecchi capolavori. Per i più curiosi, l’ordine cronologico dei brani ( a parte le prime cinque di cui sono certo) non è fedele, tuttavia a meno di clamorose dimenticanze quello che segue è l’elenco delle canzoni eseguite dagli Iron Maiden:

    Different World
    These colours don’t run
    Brighter than a thousands suns
    Wrathchild
    The Trooper
    For the Greater good of God
    The Number of the Beast
    Children of the Damned
    The Reincarnation of Benjamin Bregg
    The Evil that man do
    Fear of the Dark
    Run to the Hills
    2 minutes to midnight
    Hallowed be thy Name

    Grandi Maiden, grandi davvero…ma si è forse capito che io ero lì per I Motorhead???
  • The Cult - Roma, Parco delle Cascate - 14 giugno 2007

    14 nov. 2008, 18h11m

    Dopo oltre quindici anni THE CULT sono tornati a Roma, un’ottima occasione per rispolverare il mai sopito spirito rockettaro!!! A dire la verità mentre i miei due compagni non avevano mai visto la band di Duffy e Astbury dal vivo per il sottoscritto si è trattato della terza volta dopo gli show di Roma 1991 e Torino 1993.
    Si parte a tutta birra con gli amici Pippo e Carlito (non il wrestler) alla volta della città eterna e dopo una breve ricerca si giunge al Parco delle Cascate dell’Eur e la prima impressione, a giudicare dal parcheggio congestionato è che il pubblico presente sarà senz’altro più numeroso di quello che avevamo pronosticato (sospetti assai leciti dopo aver visto concerti romani di Everlast, Fun Lovin’ Criminals e Anthrax davanti a non più di 250 paganti!!!)
    All’ingresso infatti il colpo d’occhio è sorprendente e la folla andrà aumentando fino a raggiungere un computo più che dignitoso di 7/800 unità…Così com’era presumibile l’età media dei presenti è piuttosto elevata (di ragazzini non se ne sono visti davvero) e mentre facciamo un giro per ingannare la mezz’ora di ritardo sull’orario d’inizio ci rendiamo conto ancora una volta che, oggi come oggi, acquistare merchandising ufficiale di una band costa più del biglietto del concerto (nel 1991 avrei comprato una loro t-shirt a 15.000 Lire, oggi non ne basterebbero 60.000…sigh!)
    Intorno alle 22.10 la main title della colonna sonora di “Arancia Meccanica” (un po’ inflazionata come intro a dire il vero) annuncia l’ingresso sul palco della band composta oltre che dai vecchi Duffy ed Astbury da una sezione ritmica precisa e pulita ed un chitarrista ritmico dal look quantomeno opinabile…Ad ogni modo bastano le prime note di “Nirvana” a scaldare il cuore di tutti e si capisce subito che, problemi tecnici a parte, sarà una grande serata. Billy Duffy sembra in gran forma mentre il buon Ian Astbury appare più appesantito che in passato: la folta chioma di un tempo ha lasciato spazio ad un taglio più Morrisoniano ma la prestazione vocale è ineccepibile a dispetto degli anni che passano.
    La scaletta è stata un omaggio all’illustre passato della band ed ha pescato a piene mani soprattutto da “Love” senza però disdegnare “Electric” (dal quale sono state estratte Lil’Devil, Peace Dog una energetica Wild Flower e una versione devastante di Love Removal Machine) e “Sonic Temple” che pure ha fatto la sua bella figura con “Sweet soul sister”, “Fire Woman” e una rifacimento acustico di “Edie(ciao baby)”. Non poteva ovviamente mancare “Rain” (cantata a squarciagola da tutti!) ed è stata ripescata anche “Spiritwalker” dal vecchissimo “Dreamtime” del 1984.
    La scelta della tracklist sembra non aver scontentato nessuno, la gente era lì per quei brani e li ha avuti in pasto serviti da una band in palla che si è tolta anche lo sfizio di presentare in anteprima un brano che andrà a far parte del nuovo album di inediti previsto per settembre 2007. Come già accennato ci sono stati alcuni inconvenienti tecnici che hanno colpito soprattutto la chitarra di Duffy, intoppi a cui la band ha risposto con professionalità e mestiere riuscendo anche a tenere una buona interazione col pubblico (i riferimenti al cibo e alle bellezze di Roma erano prevedibili ma tant’è…). La ciliegina sulla torta? Una splendida “She Sells sanctuary” posta in chiusura che ha trasformato il Parco delle Cascate in una discoteca a cielo aperto popolata da ultratrentenni che si rifiutano di invecchiare, potere del rock’n’roll!
    Lo spettacolo si conclude tra gli applausi di un pubblico decisamente soddisfatto al cospetto di una band altrettanto compiaciuta che più volte ringrazia i suoi fans…Il rock è vita, sangue ed ossigeno e ieri ne ho avuto l’ennesima splendida riprova.
    I’VE BEEN WAITING FOR HER SO LONG, OPEN THE SKY AND LET HER COME DOWN…HERE COMES THE RAIN, HERE COMES THE CULT!
  • Gods of Metal - Milano Idroscalo - 02 giugno 2007

    14 nov. 2008, 18h09m

    All’inizio era una pioggia sottile, quasi impalpabile…poi Giove Pluvio deve aver deciso che quelli come me (che in migliaia ronzavano nello stesso parco) devono stargli particolarmente sullo stomaco e quella precipitazione da leggera è diventata pesante, insistente, strafottente, odiosa…permanente…ed è stato fango, amici miei, montagne di fango ovunque che attentavano all’equilibrio e che ad ogni passo ti facevano rischiare di perdere le scarpe…
    Il buon Giove deve aver fatto i conti senza l’oste però e pensando di non avere avversari si è limitato ad infastidire il teatro dell’evento e i tanti, variopinti partecipanti…No Signor Giove, altre volte in vita tua hai provato ad opporti ad un altro dio e quasi mai ne sei uscito vincente…ci hai provato a Woodstock concorrendo solo ed esclusivamente ad alimentare il mito di quell’avvenimento…Il dio del rock’n’roll che in quanto a strafottenza ti lascia molto indietro, anche ieri ha ridimensionato le tue velleità di onnipotenza.
    E allora giù watt e potenza, urla e canti, incitamenti e gioia, commozione, ricordi, birra, abbracci e affanculo la pioggia…Mike Tramp ha riportato alla luce i vecchi successi dei suoi White Lion, John Sykes e un terremotate Tommy Aldridge hanno rinnovato la leggenda dei Thin Lizzy, fortunatamente con tanto rispetto e devozione verso l’insostituibile icona di Phil Lynott: si, “The boys are back in town”…e gli Scorpions? Mea culpa, mea culpa….l’ultimo disco in studio è valido ma le produzioni più recenti mi avevano allontanato da questa band…Che forza questi “vecchietti”, hanno fatto alzare il culo a tutti e tutti lì felici (e bagnati) urlando inni metal immortali come “Bad boys running wild”, “Black Out”, “Dynamite”, “Rock you like a Hurricane” e versando qualche lacrimuccia di fronte alle melodie di “Holiday” e Still loving you”…10 e lode Klaus e soci (tra l’altro in forma strepitosa e beneficiari di un suono tra i più brillanti della giornata)… I Velvet Revolver sono stati protagonisti di uno show decisamente buono e con qualche gradita sorpresa e forse troppe cover, ad ogni modo, criteri commerciali a parte, in un cartellone del genere non li avrei mai messi nella privilegiata posizione di special guest.
    Io sono un fan dei Motley Crue, non mi sembra di averlo mai nascosto, anzi…è proprio in questa qualità che è arduo gettare qualche ombra su un evento che aspettavo da tempo…Per chi non li aveva mai visti sarà stato sicuramente un gran concerto ma per chi come me li vedeva per la terza volta live (oltre ad aver visionato decine di bootleg di ogni qualità) era lecito aspettarsi qualche novità, qualche sorpresa che purtroppo non c’è stata (ad eccezione forse dell’inaspettata “Louder than Hell”. Certo, se pensiamo che i primi tre pezzi in scaletta sono stati “Dr.Feelgood”, “Shout at the devil” e “Wild Side” ai ragazzacci gli si perdona tutto ma sono anni che vanno avanti con la stessa tracklist, le stesse trovate tra un brano e l’altro (aggravate ieri dall’inutile e vetusto utilizzo delle volgarità gratuite…credetemi, loro non hanno bisogno di questi mezzucci)…beh, che dire, sono i Motley, i bad boys of rock’n’roll, prendere o lasciare…io ho preso, da più di 20 anni e non lascio certamente ora…
    LONG LIVE ROCK’N’ROLL