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  • Yoo Doo Right...?

    16 juin 2009, 13h03m



    DISC 1 (SIDES A & B):
    Brownout In Lagos
    What's Up, Jackal?
    10:30 at the Oasis
    Story of O
    The Human Factor

    DISC 2 (SIDES C & D):
    The River
    I Will Haunt You
    The Life You Preferred
    Ghost in the Room
    Saturday
    It Was a Wall
    Luxury Travel

    DISC 3 (SIDES E & F):
    O
    End of Time
    Folk Wisdom


    Premessa numero 1: nessuno vi obbliga ad ascoltare il nuovo triplo degli Oneida, secondo della serie di album Thank Your Parents (il primo, Preteen Weaponry, era uscito lo scorso anno).

    Premessa numero 2: nessuno vi obbliga ad ascoltarlo tutto d'un fiato, poichè rischiereste una diarrea fulminante.

    Concedetemi un post stile 'prime impressioni' dal tono sarcastic-cazzaro, giusto per prendere un po' per il birignao una band che si è sempre presa (troppo?) sul serio, dimenticandosi che su certe intuizioni ci sono arrivati prima in Teutonia più di una trentina di anni fa. Vabbè oh, d'altra parte questi ragazzi vengono da Brokkolìn.

    Lo si sapeva che erano un po' pretenziosi, no? Quell'attitudine da rockettari nerd post-punk/post-no wave/post-tutto/mangia krauti a tradimento che ben si sposa con la provenienza newyorkese. Compagni di split records, di bevute, e probabilmente pure di qualche pippa dei Liars (giuro che non ho mai capito se amo o odio quel concept che è Drum's Not Dead, forse lo apprezzo su un piano puramente intellettuale), i Nostri si ripresentano, puntuali come la bolletta del telefono.

    Con Each One Teach One (2002) ci lanciarono un messaggio chiaro, che suonava più o meno così: "Uè belli, varda che non siamo solo la solita band psycho-revivalista neh". E quello, difatti, era un doppio con un suo perchè, che veniva dopo una serie di album come Anthem Of The Moon (2000) e Come On Everybody Let's Rock (2000), tutto sommato 'normali'. Un disco che osava qualcosa, e che personalmente mi piace molto. Ce l'ho persino originale.

    Ma torniamo a Rated O. O Rated Zero? Hmm.

    Il primo dei tre dischi l'ho quasi rimosso, ha avuto su di me un effetto simil PTSD. Qualcosa di interessante nell'electro-ethno-noise di Brownout In Lagos, ma il resto è noia. Solo una serie che pare interminabile di pippe electro-noise in cui francamente non vedo alcun senso, nemmeno l'ombra di un filo conduttore, al di là di una sperimentazione fine a se stessa. Sulle urla belluine che infestano i 10 minuti di The Human Factor ho skippato verso la fine del brano, la qual cosa in genere cerco di evitare, ma tant'è.

    Fortunatamente gli Oneida si ricordano di aver suonato anche quell'avant-rock psichedelico con beat krauti, dai vortici lisergici che ti risucchiano e dalle ritmiche telluriche che ti sollevano da terra. Meno male. E in questo senso il secondo disco mi rincuora assai. Ghost In The Room è debordante, The River e I Will Haunt You non scherzano. Saturday è spiritata, e parecchio, parecchio interessante. It Was A Wall mette in evidenza delle chitarre dinosaurjriane, noise e ritmiche motorik. Siamo dalle parti di Secret Wars/The Wedding/Happy New Year a livello di sound, per intenderci.

    La terza ed ultima parte di queste due estenuanti ore inizia con una suite electro-psichedelica tutta riverberi e sitar, dal titolo assai prolisso O. Non male. Poi c'è un breve intermezzo, End Of Time, prima del gran finale. Oh sì, pensavate di scamparla? Vi attendono i 20 minuti di Folk Wisdom. Praticamente una cavalcata stile Can più chitarrescamente incazzati, e se volete tiro in ballo pure i ganzerrimi Guru Guru.

    La saggezza del popolo, forse quella Folk Wisdom con cui si conclude tutto 'sto ambaradàn, mi invita a pormi qualche interrogativo:

    1) Perchè predico bene e razzolo male? Cosa mi ha spinto ad ascoltare Rated O per intero, considerando che non ho problemi di stipsi?

    2) E, seguito della prima domanda, è stata una mossa saggia?

    3) Il confine tra pippa mentale e audace sperimentazione è netto e ben visibile come la segnaletica orizzontale della mia via? Se anche fosse sfumato, chi decide cosa? Sono una cazzara curiosa e impaziente nei confronti della musica?


    Ovviamente le risposte me le dovrete dare voi. Se volete. Se avrete voglia. Provateci. Sigh.

    Io intanto mi sono divertita a scrivere questo post senza pretese.

    Però gli Oneida mi divertivano di più prima. Prima rispetto a quando hanno deciso di ringraziare i loro genitori.
  • Morning Prayer

    24 fév. 2009, 16h02m



    Valerio Cosi - Collected Works

    (Porter Records, 2008)


    I Wanna Be Free
    Making Love In Lhasa
    Silver Stars And Golden Moon
    Harmonia Raag
    Hoboland
    Ngoko
    Lovely Blue Cream
    Interstellar Trane
    Mozambico
    Love Is Everywhere


    A questo punto è inevitabile che mi procuri anche Heavy Electronic Pacific Rock (2008). Vabbè, ma riprendiamo dal comincio. O inizio.

    Questo tizio qua dal nome buffo, Valerio Cosi, è un musicista poco più che ventenne, amante di un certo modo di intendere ed interpretare il jazz (siamo più o meno dalle parti del Faraone Sanders, dei coniugi Coltrane più free e di un particolare sentire cosmico SunRaiano).

    Collected Works è una raccolta dei lavori solisti del sassofonista, risalenti al periodo 2005-2008, licenziata dalla sua nuova etichetta, la americana e prestigiosa Porter Records (un nome, una garanzia),

    Non è proprio un viaggio in uno spazio interstellare, piuttosto una dolcezza alla Thembi immersa in condimenti ritmici e rumoristici che vanno a lambire anche territori krauti/electro.

    I Wanna Be Free è una specie di assalto avant-garde jazz in cui tamburi e percussioni riecheggiano sin dai primi istanti, con il sax tenore di Valerio Cosi a definire magnifiche traiettorie...free, appunto. L'impressione di stare in un monastero tibetano invasato di krautrock viene metaforicamente confermata dal pezzo successivo, Making Love In Lhasa, in cui l'immaginario orientale/himalaiano non è soltanto questione di titoli, per quanto fascinosi siano.

    Dall'Asia ci si sposta piano piano in direzione ovest, e per la precisione verso il continente africano. Silver Stars And Golden Moon sa di Egitto, di deserto, ed ha una coda ambient con rombo di motore di aereo che fa tanto Music For Airports...

    Harmonia Raag prevede un nuovo viaggio verso oriente (?). Appare persino un sitar, mentre il sax dipinge scenari fuori dagli schemi ma non troppo, paesaggi che sono infatti collocati all'interno di cornici fatte di synth e drum-machine, che arrivano ad occupare il proscenio nel finale rumoristico, così come accade nella seguente Hoboland.

    La piacevole Lovely Blue Cream, forse il brano più tradizionalmente jazz, è preceduta da O Ngoko, intermezzo in cui compare la voce, ad intonare una sorta di mantra.

    Interstellar Trane non ha bisogno di grandi commenti, ché già dal titolo rende esplicito l'omaggio a John Coltrane e al suo spazio interstellare, caotico e catartico. Il rischio di perdersi nelle dilatazioni cosmiche di questa musica splendida è forte, ma ci pensano le percussioni tribali di Mozambico a riportarci con i piedi saldamente a terra, e per la precisione in mezzo al viavai caotico e multiforme di un mercato africano.

    Il sigillo conclusivo è affidato all'incanto sandersiano di Love Is Everywhere, tutta sax carezzevole e scampanellii, quasi un outtake da Thembi, o da Karma, se preferite.

    Un consiglio: provate ad ascoltare questo materiale come se si trattasse di un disco rock, ovvero a volume smodato. Viene giù la casa che è un piacere.

    Cavolo, Valerio. Rimango in fiduciosa attesa.
  • Fleet Foxes - S/T [Sub Pop, 2008]

    15 sept. 2008, 14h30m

    Fleet Foxes



    Sun It Rises
    White Winter Hymnal
    Ragged Wood
    Tiger Mountain Peasant Song
    Quiet Houses
    He Doesn't Know Why
    Heard Them Stirring
    Your Protector
    Meadowlarks
    Blue Ridge Mountains
    Oliver James

    "The sound of ancient voices singing soft upon your ears..."



    Quella copertina non mi era nuova, dovevo averla già vista da qualche parte. La lampadina mi si è accesa nel momento in cui uno dei miei fidati pusher (again, grazie al retrophobico Gianluca :) ) me li ha entusiasticamente consigliati.

    In quella sauna a forma di tubo che è la metropolitana di Londra, ecco dove mi ero già imbattuta in quella curiosa copertina!

    Deve essere destino allora...non potevo esimermi da un ascolto allora, visti i nomi scomodati (Beach Boys e CSNY i più gettonati).

    A vederli così sembrano amici degli Akron Family, del Devendra e di tutta quella bella compagnia folk-rockeggiante che ultimamente sta raccogliendo sempre più adepti: look a metà strada tra gli Eagles d'antan (o la Band, se le aquile vi stanno sulle palle, o ancora i Charlatans) e i Byrds più country-western. Cavolo, ce n'è uno che somiglia ad un giovanissimo Robert Wyatt, un altro che sembra Gattuso, e uno che pare un predicatore errante...


    Fatta la doverosa premessa gossip-biografica, veniamo al sodo.

    Sono l'ultima meraviglia della Sub Pop, e sono in cinque. Cantano davvero come un gruppo spiritual, sono bravissimi e non hanno smanie da band che vuole stupire a tutti i costi.

    Mi hanno conquistata già dal primissimo coro, quell'a-cappella polifonico che ci introduce al primo pezzo, Sun It Rises: e veniamo subito investiti da una gradevole ventata di aromi west-coast, con un tappeto melodico fatato e quelle rickenbacker di byrdsiana memoria che ci invitano alla festa.

    Melodie rubate alle nuvole rosa che si vedono nel cielo, di sera, al termine di una giornata serena: ovvero, White Winter Hymnal. Armonie vocali alchemiche, mai stucchevoli, che ti accarezzano dentro.

    Ragged Wood invece è come un mattino che segue una notte di pioggia, dopo che il temporale se ne è andato lasciando spazio a squarci di cielo azzurro e a qualche sparuto raggio di sole...ha la grazia dei migliori Byrds e CSN, e sembra provenire direttamente da quel periodo aureo.

    Da un momento all'altro ti aspetti quindi che parta una Helplessly Hoping, e difatti Tiger Mountain Pesant Song - cantata ad una sola voce, accompagnata da una chitarra acustica - rallenta i ritmi, conducendoci su colline al tramonto, in quel momento della giornata in cui la luce sembra essere quasi scomparsa, ma allo stesso tempo il buio non è ancora giunto ad inghiottire le sagome note del paesaggio.

    Nella malinconica Quiet Houses fa capolino anche un organetto, e He Doesn't Know Why ci sorprende con una breve coda pianistica.

    Heard Them Stirring sembra la colonna sonora di un viaggio celestiale, e al minuto 1:48 si spalanca un'apertura melodica per basso e chitarra che ti si imprime in testa per non mollarti più, quasi ancestrale, come se fosse sempre stata lì presente nei meandri di una memoria collettiva.

    Non manca la cavalcata in odore di country-western, Your Protector, con quel ritornello da cantare insieme intorno al fuoco, o immaginando con la finestra della mente vasti spazi e scenari desolati; c'è poi quella gemma di Meadowlarks, che - nel gioco dei riferimenti - non sai se far appartenere ad un Paul Simon o ad uno Stephen Stills, e Blue Ridge Mountains, malinconia da stagione finita.

    Oliver James è il dolce e conclusivo suggello di questo scrigno stracolmo di delizie, una sorta di traditional in punta di chitarra, e con a-cappella finale che si ricollega idealmente ai primi istanti dell'album.


    Ma poi...chi l'ha detto che per essere apprezzati si debba necessariamente osare, proporre a tutti costi qualcosa di originale, o sperimentare improbabili connubi fra post-punk ed electro, o tra free-jazz e post-wave, o tra alt-country e indie-folk virato pop?

    Basta saper scrivere belle canzoni, calde e stupende come in questo caso.

    Che anno il 2008. Ci ho messo un po', ma alla fine eccolo qua: un lavoro che riesca a convincere la mente e a coccolare il cuore, a farsi ascoltare e riascoltare con piacere, un album con cui instaurare un rapporto speciale, insomma.

    Guarda se ci voleva poi tanto a trovare il mio disco dell'anno...
  • Melvins - Nude With Boots [Ipecac, 2008]

    31 août 2008, 17h11m




    L'apparenza inganna. Il cagnolino in copertina pare fragile e innocuo, nudo direbbero i Melvins.

    Nudo, sì. Ma con gli stivali.

    Come a dire, poca scena e tanta sostanza.




    The Kicking Machine: Ci accoglie un'intro che per ritmiche percussive e riff ricorda quasi la Good Times, Bad Times zeppeliniana, poi arriva il cantato possente di King Buzzo, e l'incedere si fa ferocemente hardcore...

    Billy Fish: Where did grunge go? Forse non è mai nato (o non è mai morto), ma nel caso in cui - come unione di intenti, di stili e di umori - fosse realmente esistito, allora questo pezzo ne raccoglie pienamente e credibilmente l'eredità...

    Dog Island: Chitarroni sludge che evocano suggestioni della Alice della prima ora, e che volendo potrebbero anche far materializzare la presenza aleggiante di un Maynard James Keenan, ospite potenziale di questo incubo claustrofobico di 7.40 minuti. Qua le cose si fanno terribilmente serie...

    Dies Iarea: Suonano rintocchi quasi western, con le chitarre a rendere ancor più apocalittica l'atmosfera.

    Suicide In Progress: Just what the title says.

    The Smiling Cobra: Incazzata e davvero pesante come solo certi Nirvana dentro all'utero riuscirono ad essere...

    Nude With Boots: Una batteria in crescendo e poi si va di riff, per il brano più classicamente rock ed orecchiabile del lotto.

    Flush: Ci offre un piccolo intermezzo...ai servizi...

    The Stupid Creep: Come si dice, breve ma intensa...

    The Savage Hippy: Titolo indicativo anche in questo caso, potrebbe a tutti gli effetti rappresentare il grido disperato e disilluso di un selvaggio hippy svegliatosi di soprassalto, e decisamente troppo presto...

    It Tastes Better Than The Truth: Quasi una marcia conclusiva, scandita da tamburi ostinati, con urla e chitarre a tessere un tappeto graffiante e spietato...




    Sludge, Grunge, Metal, Stoner...diciamo che questo è semplicemente un grande disco rock, probabilmente tra i migliori di questo appena discreto 2008 musicale e, la butto (visto che oso raramente), di questi ultimi 5-6 anni.

    Venticinque dischi in venticinque anni di onorata carriera e non sentirli.

    Tanto di cappello.
  • Dish Of The Day

    27 jui. 2008, 13h41m

    Ricetta dei PHISH:

    INGREDIENTI PER PARECCHIE PERSONE:



    Prendete:

    - 4 ottimi strumentisti: un bassista, un batterista, un tastierista, ed in particolare un chitarrista chiamato Trey Anastasio (N.B.: di difficile reperibilità, molto raro), dotato di talento sopraffino quanto istintivo.

    - 3 etti di farina super-funk

    - 1 chilo di venerazione per i Grateful Dead condita con notevole personalità

    - 2 etti di biscotti country-folk, all'occorrenza

    - 1 litro di buon Santana d'annata a dare un tocco di latinità

    - 1 etto di ritmi in levare, a seconda dei gusti

    Aggiustate di humour quanto basta.

    Aggiungete successivamente una spruzzatina di atmosfere floydiane a donare un'aura di mistero alla versione live dell'amalgama, ed infine condite il tutto con una bella dose di classe e con abbondante attitudine alla impro-jam.

    Otterrete dei PHISH deliziosi...






    Phish - 2001/Also Sprach Zarathustra (Hampton, Virginia, 2003)
  • Modey Lemon - Season Of Sweets [Birdman, 2008]

    27 jui. 2008, 13h36m




    01. The Bear Comes Back Down The Mountain
    02. The Peacock's Eye
    03. It Made You Dumb
    04. Sacred Place
    05. Become A Monk
    06. Ice Fields
    07. Milk Moustache
    08. Season Of Sweets
    09. Live Like Kids



    Modey Lemon, da Pittsburgh.

    A vederli in foto o in un video sembrerebbero un gruppo di fighetti, con quel capello lungo e il faccino da quanto so' cool. Tuttavia, almeno in questo caso, l'apparenza inganna...

    The Bear Comes Back Down To The Mountain ci accoglie con un incedere alla Blue Cheer (cfr. Summertime Blues), con parte ritmica possente e puntuale e chitarra piuttosto loud. The Peacock's Eye è probabilmente la canzone migliore del lotto, eclatante esemplificazione di come questi tre siano in grado di condensare all'interno di un solo brano idee che altre band avrebbero oculatamente distribuito come minimo in 2-3 pezzi diversi. Poi, non so se il batterista sia il vero erede di Keith Moon come leggo in giro sui siti specializzati, ma il suo drumming è a dir poco galattico, potente e preciso come un cecchino: basta ascoltare l'intro del suddetto pezzo per farsi un'idea. Mi ricorda, ma solo a livello di personalissima suggestione, un brano degli Smashing Pumpkins di Siamese Dream...

    It Made You Dumb fa risplendere vividamente la vena melodica del gruppo: il canto, appoggiato su una linea di basso gemella, crea una traiettoria che si insinua subdola, tanto che è possibile ritrovarsi a fischiettarla anche a ore di distanza. Ciononostante, la struttura della canzone è tutt'altro che banale, e lascia altresì spazio ad un'esplosione liberatoria nel ritornello.

    Sacred Place potrebbe essere la colonna sonora di un rituale pagano, con tanto di voce filtrata e feedback a volontà, mentre Become A Monk è quasi un omaggio agli Oneida, coi quali i Modey Lemon spesso condividono il palco.

    Si prosegue con Ice Fields, un rock-blues di sette minuti che, mentre su disco rischia di andare un po' fuori fuoco, in una veste live potrebbe al contrario regalare ottime vibrazioni. Milk Moustache e la title track Season Of Sweets, due pezzi belli tirati, sono la sfuriata prima del gran finale: i dieci minuti di Live Like Kids, jam dal sapore kraut che chiude il cerchio, notevole.


    Ecco, se dovessi trovare il pelo nell'uovo direi che la parte centrale del lavoro è forse meno ispirata, a fronte di un inizio realmente col botto e di una coda altrettanto riuscita. In ogni caso si tratta di un gruppo con i contro-attributi, e questo Season Of Sweets non fa che confermare le ottime cose dette a proposito di The Curious City (2005).

    E' vero, i Modey Lemon sono un power-trio, i loro modelli sono forse differenti (più Blue Cheer e Who che non Black Sabbath e Hawkwind), e tendono a suonare meno veloce...ma, allo stato di cose attuale, credo che potrebbero tranquillamente farsi fare da spalla dagli odierni Queens Of The Stone Age, e NON viceversa.

    Eh, Things Have Changed...