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  • Il muro è caduto di nuovo

    6 avr. 2011, 3h16m

    [Questo post fa parte del mio blog; potete leggerlo per intero qui]

    Morta e risorta, eccomi riemersa da THE WALL.


    Non mi sento minimante in grado di proporre qualcosa come un reportage, ma senz'altro vi segnalerò quello che scriverà il mio gonzo cuggg McA.
    (Perché lo devi scrivere, Cugggino, e ora che sto dando la notizia per certa lo dovrai a fare a maggior ragione, o in rete sarà presente un'informazione falsa e per giunta su di te! ...Sono una creatura malvagia, sì!)
    Non posso nemmeno starmene zitta, però.
    Inoltre, più persone mi hanno chiesto di sapere le impressioni che ho avuto ieri sera, lunedì 4 aprile, al Forum di Assago, sicché credo che il mio piccolo blog possa essere meglio di dieci fluviali e-mail private; e poi si sa: noi invasatissimi fanatici dei Pink Floyd siamo numerossimi, benché stranissimi, diversissimi e pure piuttosto irosi.
    Sopratutto per coloro che arriveranno qui attraverso, magari, un motore di ricerca, anticipo e ripeto, comunque, che questo non è un report, ma una serie di riflessioni personali. Piuttosto sappiate che online si trova un po' di tutto, incluso un live intero diviso in nove parti dalla data dell'11 novembre 2010 a Philadelphia; sono video amatoriali, ma nemmeno così pessimi.


    Avrei voglia di scriverne per mesi, analizzare questo Capolavoro da ogni punto di vista, studiarlo e ristudiarlo, ma probabilmente non in questa vita, in questa posso "limitarmi" a fruirlo con tutta me stessa e, piuttosto, risentirlo scorrere dentro me in tutte le altre cose che farò. Dieci anni fa, belli precisi, tutto ciò che è The Wall ha cambiato la mia vita (e - lo giuro sulle mie gambe - non è un modo di dire). Temo che potrei ricondurre qualunque cosa mi riguardi a quell'opera e a tutto il suo mondo, così come sento tutta me stessa all'interno di essa. In The Wall e nella discografia dei Pink Floyd ritrovo tutte le "chiavi" che mi aprono (e mi chiudono). Ogni volta The Wall mi sconvolge; nel tempo guadagna carica e valore, anziché perderne. Credo sia questa la forza immortale dei Classici e se non fossi troppo ignorante (e relativista) per affermazioni così assolutiste, vorrei sostenere che The Wall sia davvero quel tipo di apice umano massimo che mi sentirei di lanciare nello spazio per spiegare chi siamo a degli eventuali "altri" (nel nostro meglio e peggio, ovviamente, perché lì dentro c'è tutto quanto). Ecco, a pensarci bene, proprio ieri sera mi sono accorta che, però, c'è una cosina troppo importante che in The Wall non avvisto: la Risata. E questo per me è lo spunto ideale per dire come mai questo tour 2010/11 è realmente necessario: ieri Roger sorrideva e, quando stava barricato dietro la divisa da dittatore col suo megafono, si intravedeva come quel ruolo oggi lo faccia un po' ridere, nel senso che forse non vi si immedisima più, ma lo interpreta a fini drammaturgici. Insomma, Roger è cambiato tanto. E questo tour è necessario perché aggiunge realmente qualcosa di nuovo e, anche, cambia il significato di ciò che c'è stato prima, alla luce delle mutazioni.
    Sono grata a Roger per aver fatto questo tour, perché se non ci fosse stato sarei rimasta ancorata alla visione di un uomo che, in fondo, era ancora un giovane uomo, mentre ora ho avuto la possibilità di ascoltare un autore che, nel frattempo, è diventato addirittura un saggio. Cos'è un saggio di sessantasette anni per una ventiduenne che ha fretta di capire? È la possibilità di sbirciare anzitempo da un punto di vista che non è suo, è la possibilità di capire ciò che si capisce "troppo tardi" prima di fare troppi sbagli. Se a dodici anni ho interiormente dialogato con un trentaseienne, a ventidue posso farlo con un "anziano" (mi suona strano questo aggettivo, per l'incredibile modo in cui Roger indossa la sua età, però i numeri sono questi...).
    Come Roger dichiara nella sua intervista per Rolling Stone, The Wall gli ha dato modo di dare un senso alla sua vita; infatti il punto è questo: The Wall è davvero troppo. Se, da allora, Roger ha raggiunto seriamente nuove consapevolezze, non poteva lasciare quell'opera così: è così grande che aggiornarla era necessario - e doveva aiutare anche noi a comprenderla meglio, a comprenderla di nuovo.
    Attenzione, io di solito sono esattamente quel tipo di inguaribile nostalgica che certe trasformazioni non le digerisce bene. Ma ora lo capisco davvero: The Wall è una metamorfosi, ma finisce quando il processo è appena chiuso (in tutti i sensi!), proprio come i film, che, a differenza della vita reale, godono dei propri fottuti costruiti momenti drammaturgici tra i quali questa benedetta Fine, con cui pare risolversi tutto. Invece, nella realtà, dopo le cose continuano, decadono, degenerano, impazziscono, o magari migliorano, ma mai si fermano - questa è l'unica (anti)certezza. Nel dopo-finale di Roger sono accadute molte cose, evidentemente, e andavano condivise. The Wall andava completato.

    The Wall ha dato una direzione imprevista alla ragazzina solitaria che ero dieci anni fa, ha buttato giù anche il mio muro e mi ha mostrato che fuori c'è qualcuno che ti aiuta a sistemare tutto (yes, there's anybody out there, amici miei...). Senza Waters, lo dico col cuore in mano e a braghe calate, non so se sarei qui a scucirmi su un blog pubblico, ma, soprattutto, non so se avrei intrapreso tutte le amicizie che ho avuto, che ho e che avrò nella mia vita (conscia che ogni storia può ferirmi). Se, nonostante ogni colpo, credo ancora nei rapporti umani, è perché quel finale riecheggia ancora in me.


    Oggi Waters sposta pesantemente l'asse della bilancia verso il mondo intero, verso ciò che sta accadendo, verso la Storia e verso tutta la violenza che non abbiamo ancora fermato, contro le multinazionali, contro i governi oppressori e soprattutto contro ogni guerra.


    Io, da anni, allevo muffa tra le schiere dei passivi. Ho smesso di agire e di credere. Ma una parte di me vorrebbe disperatamente che qualcosa mi faccia cambiare idea. Non so se finalmente questo qualcosa è arrivato, ma se così fosse sono pronta a trasformarmi ancora: l'unica costante è il mutamento, lo imparo sempre e lo imparo sempre più duramente.

    Stanotte la mia testa è avvolta dalle immagini di ieri sera: i cari caduti (i Fallen Loved Ones) e tutte le altre tragiche avvisaglie della nostra società sul lastrico...



    ...Ma soprattutto ho in mente quello che per me è un happy ending: vedere Roger e la sua band chiudere lo show mostrandosi con questa quasi inaspettata mise folk, che rispecchia la loro naturale attitudine odierna e raddoppia l'intensità delll'happy ending del film del 1982, perché suggerisce un domani; che quest'attitudine sia folk, poi, per me è profondamente significativo, perché non trovo affatto casuale che sia il mood in cui più ultimamente mi ritrovo anche io e, per altro, anche un'altra signorina che col suo ultimo album sembra essere sgusciata finalmente fuori dalle sue viscere per mettersi a cantare del mondo: Polly Jean Harvey, un'altra creatura tormentata che nel mio cuore ha un posto speciale. (Let England Shake parla proprio delle guerre legate al Regno Unito, è un disco intriso della sua Patria, in bilico tra gli alberi delle foreste e i colpi di cannone - parlerei per giorni anche di questo...)
    A spuntare tra quei bellissimi freakettoni, c'è anche Harry Waters (qui sopra è il terzultimo), figlio di Roger, ossia quella vocina tenerissima e straziante che, nel 1979, aprì Goodbye Blue Sky con quel «Look mummy, there's an aeroplane up in the sky»... Oggi quella vocina è un biondone con una barba fin abbracciabile da quanto è enorme, lì sospesa a mezz'aria, sormontata da una cascata di dread lunghissimi... Pensare che quel ragazzo sia il figlio di Rog, che sia un gran musicista e che segua suo padre in tour, be', a me racconta parecchie cose.

    Sempre nell'intervista a Rolling Stone, Waters ammette una dolorosa differenza tra la finzione narrativa e la vita reale: nella prima il muro cade tutto assieme, mentre nella seconda devi dolorosamente vedere ogni mattone venir giù. Io non so se riuscirò e vorrò cambiare, ma so che ogni tappa significherà sofferenza. In quei momenti, credo che avrò la mia stella polare...


    Grazie, Roger.


    Grazie anche per aver fatto pace con tutti noi fan (cosa non da poco): finalmente abbiamo visto che, sì, ora in fondo ci vuole bene. Prima era molto astrusa l'idea di sentirsi una sua fan sapendo che lui detesta il nostro fanatismo. Insomma, come cacchio si faceva ad amarlo senza recargli disturbo, a quel maledettissimo genio? Ieri sera, invece, incrociare le braccia al suo segnale, mentre Roger era in divisa, non era più il culmine di un assurdo rapporto che in cui "ci" ripudiava, al contrario eravamo attori suoi complici in una mastodontica performance teatrale. Eravamo con lui...


    •••••••


    All alone or in two's
    The ones who really love you
    Walk up and down outside the wall

    Some hand in hand
    And some gathered together in bands
    The bleeding hearts and the artists make their stand

    And when they've given you their all
    Some stagger and fall, after all it's not easy
    Banging your heart against some mad bugger's wall

    "Isn't this where"




    The Wall
    Roger Waters
    Outside the Wall

    Evento:
    The Wall Live
    http://www.lastfm.it/event/1568698+The+Wall+Live
    (Mediolanum Forum di Assago (MI), 4 aprile 2011)
  • Gli abbai dei cani, lei, le stelle e la mia dipendenza dalla musica.

    25 avr. 2010, 19h25m

    [Recensione scritta per Cremonapalloza.]

    Baustelle
    I Mistici dell'Occidente



    I Mistici Dell'Occidente l'ho già macinato in tanti modi diversi, e ad ogni ascolto mi piace di più.
    Rispetto alla loro discografia, è in lineare continuità con Amen - a partire dal titolo.
    Meno suonini elettronicosi à la Le Vacanze Dell'Ottantatre e ancora più cura nel super arrangiamento (notare che nei manifesti del tour, infatti, sotto al nome del gruppo c'è scritto anche «e l'Orchestra dei Mistici dell'Occidente»).
    I temi e le peculiarità dei testi più o meno sono ancora quelli, anche se forse un pochino meno adolescenza (l'amara spensieratezza di L'Estate Enigmistica, Le Rane) e più delirio mistico, per l'appunto, e ovviamente ancora tanta tanta tanta decadenza e nostalgia (Il Sottoscritto, la struggente e sensuale L'Ultima Notte Felice Del Mondo, cantata da Rachele).
    Tutto il disco per me vale fosse anche solo per la successione dei primi due pezzi, L'Indaco e poi San Francesco, che messi in quell'ordine mi distruggono completamente, forse per il contrasto che creano.
    L'Indaco è la più soave delle aperture, una promessa di cura («Non angosciarti più»), infinitamente sospesa, distesa: «E non soffrire più / Che in fondo forse c'è / Al di là di Gibilterra / Un indaco mare».
    Tra parentesi: (questo disco si chiude con gli stessi toni con cui si apre, con le stesse carezze, ma arrese, ne L'Ultima Notte Felice Del Mondo: «L'ultima notte felice del mondo / L'ultima notte importante per dimenticare di essere soli / Di essere soli da sempre»).
    Dopo L'Indaco, dicevo, esplode San Francesco, che attacca con una chitarra asciuttissima che pare corromperti, bruciando su un testo interiore, ma melodicamente agguerrito: Ok, ti abbiamo cullato, ti abbiamo detto che ti faremo stare bene, ma ora lascia fare a noi, per stare bene dobbiamo distruggerti e poi ricucirti!
    Comunque io sono fottutamente di parte, perché i Baustelle li adoro.
    Chi li detesta continuerà a detestarli, non ci sono dei cambiamenti chissà quanto stravolgenti.
    Per un fan, invece, credo che quest'album sia un nuovo potentissimo pasto di cui nutrirsi, una conferma. Per non parlare del fatto che, se sei caduto nel vortice dei Baustelle, non ci sarà nient'altro in cui troverai quelle emozioni (o, se c'è, ignoranza mia che non conosco). I Baustelle sono una ricetta troppo originale. Oserò una parolaccia: credo siano stati davvero innovativi nel loro modo di miscelare le canzonette (gloria alla sintesi che sa andare a pescare nei nostri archetipi e nelle nostre forme base) insieme alle melodie e alle liriche più drammatiche e spirituali (un po' a mo' di colonne sonore - pensavamo già prima che lavorassero per Giulia non esce la sera).
    Tutto l'oro del mondo solo per le ultime strofe de Gli Spietati, un crescendo strumentale sotto la voce lontana e sintetizzata di Francesco che elenca terrori come scariche. Gli Spietati è anche il singolo, peccato per il videoclip che, come un po' tutti quelli che mi è capitato di vedere dei Baustelle, mmm, no, non mi piace (meglio però di Charlie Fa Surf o La Guerra È Finita, che avevano addirittura la forza di buttare giù i brani).
    Credo che la pecca dei loro video sia quella di fomentare l'idea che i Baustelle siano dei poser - idea che, comprensibilmente, penso abbiano in molti. Naturalmente non è ciò che penso io, ma si fa sempre fatica a fare luce con onestà in un ambito così intimo di un personaggio pubblico, perciò tanto vale fidarsi delle sensazioni. E a me le sensazioni suggeriscono totale sincerità e aderenza con il loro modo di essere; lo avverto dalla musica, ai testi, ai live. Di quello che sono realmente i Baustelle, secondo me, nei video restano solo loro stessi, intesi come persone fisiche. I volti, fortunatamente, credo abbiano comunque estrema comunicativa, certo, ma questo non basta per salvare un intero video. La banalità dei loro video è davvero disarmante rispetto all'originalità della loro musica - è per questo che mi scaldo.
    La Canzone Della Rivoluzione è la quarta canzone dei Baustelle che si chiama La Canzone De..., e già questo mi strappa un sorrisetto, è una piccola sicurezza, forse un capriccio, è un piccolo feticcio. Soprattutto, La Canzone Della Rivoluzione mi ricorda che i Baustelle sono uno dei pochissimi gruppi che, per la mia personale sensibilità, hanno ancora una seria presa politico-sociale nei loro testi. Nel mio politeismo personale, ancora non ha eguali la loro Il Liberismo Ha I Giorni Contati, che era in Amen. Nella desolazione attuale (nella quale io pure perdutamente sguazzo, intendiamoci), i Baustelle sono gli unici a risollevare i miei sentimenti sociali più ancestrali, a sussurrarmi un'ultima speranza. Potrei scriverne per ore per spiegare questo strano effetto che mi fanno, ma diciamo solo che loro sono in grado di ricordarmi il perché, il maledetto e dimenticato motivo per cui mai ancora ha senso fare qualcosa per la nostra società. Nell'era della comunicazione non serve essere informati, potenzialmente lo saremmo tutti. Abbiamo solo bisogno di un disperato motivo per farlo (questo è ciò che penso - con per unica autorità l'avere ventun anni oggi). Ci vuole coraggio per cantare questi versi come niente, come proiettili di gomma colorata: «Per i cristi assassinati senza una verità / Per i vivi e i morti che santifica il caso / Per il pene e la vagina / E per quel che era sacro / E non è più / Fallo perché gli ultimi diventino i primi / Per la tua coscienza lurida lavata a metà / Per Andrea di Mestre / O per Maria di Matera / Per il pane e la gallina che non ci sono più».
    E poi levare un canto angelico: «Avanti amore / Perduto in mare / Trent'anni fa / Fatti canzone / Rivoluzione / Vamos a matar».
    La Bambolina, frenetica nei cori e nell'aggressiva trama ritmica, invece è dolcissima, con quelle melodie che solo la voce blu e passionale di Rachele sa cantare. La Bambolina già te l'immagini davanti gli occhi e vorresti abbracciarla, proteggerla.
    Anche questo album, nonostante le soluzioni di sintesi di cui sopra, è farcito di citazioni e riferimenti, quindi via al gioco di chi risolve il puzzle per primo. Personalmente, ora non mi spendo troppo, perché, ahimé, dovrei ridurmi a invocare San Google (ma forse questa volta verrebbe ampiamente battuto da qualche telefonata ad amici più colti della sottoscritta). Probabilmente quello del loro mondo ipercitazionista e alle volte un po' criptico è un altro dei punti che vengon loro criticati, magari in doppietta con la questione della posa. Ancora una volta non sono d'accordo: al contrario mi intriga la loro maniera di giostrare queste imboccate con testi più semplici, che rendono i loro brani un territorio accogliente per tutti, ma con un valore aggiunto per chi vuole, o per chi può. Io per prima mi perdo senz'altro moltissime sottotrame, ma in questo modo i loro pezzi diventano dei mondi sempre da rileggere, mai noiosi, sempre stimolanti. La penso esattamente come lo stesso Francesco Bianconi, in un'intervista per La Stampa: «Si parte dall'orecchiabilità, certo, ma poi a forza di cantare ogni tanto si finisce per pensare. Essere oscuri dà a chi ascolta il compito di cercare il senso nascosto». O come disse per XL ai tempi de La Malavita: «(...) ma l'importante è riuscire a scrivere testi musicali. Battiato ad esempio, con La Voce Del Padrone, ha fatto un disco di canzonette pop, ma ha fatto cantare alla gente lo "shivaismo tantrico" o "minima immoralia". Questo si può definire "avanguardia di massa", cioè sperimentazione anche estrema, ma alla portata di tutti. È il massimo che si possa fare in un sistema capitalistico. O fai la rivoluzione con mitra e bombe, oppure fai il tarlo all'interno di questo sistemaccio».
    Chiudo con gli ultimi versi della title track, convinta che sia totalmente comprensibile anche senza sapere che è praticamente la preghiera di un anarchico: «Saremo santi disprezzando la realtà / E questo mucchio di coglioni sparirà / E né bellezza o copertina servirà / E siamo niente siamo solo cecità / Pesci avvelenati in mezzo al mare / Questo il presidente non lo sa».

    Eta
  • Su Verona tempesta perchè i mods portano l'ombrello

    22 juin 2007, 16h32m

    Lun 11 Giu – The Who

    So che sto per assistere a un concerto enorme, ma come sempre prima non me ne rendo conto per nulla e sono ancora tranquillissima quando partiamo da Cremona io, Cudiel, McA (il mio cugino di shanghue!) e Donna Danno (ovvero la bella Carlotta). Il caldo è l’unico grande nemico, ma fa niente, Cudiel – il nostro mitico condottiero - mette l’aria condizionata e, soprattutto, la colonna sonora inevitabile: la discografia degli Who. Sentirla a palla in macchina per me è già un dono e le mie aspettative, eccole, salgono. Facciamo gli idioti, Cudiel ordina a McA di recitare il titolo per ogni traccia, ma sempre in modo come naturale o comunque cogliendo un buon momento. Mio cugino è buono e quindi esegue e ci fa ghignare. Fra discorsi assurdi e qualche headbanging causato da Canzoni Supreme, Cudiel e McA mi informano che dovrò scrivere questo reportage. Io replico che non sono capace, non sono affatto esperta, sono un essere approssimativo e non guardo i concerti da reporter. Non sono capace. Non sono capace. Non sono capace! Dico che non lo farò. (Viva la coerenza… Maledetti.)
    Arriviamo a Verona verso le quattro e dopo un boccone (tranne per me, che sono nauseata dal caldo) e un po’ di ritardo trenitalico ci raggiunge la Kerol da Milano (scusandosi e sottolineando che non era lei a spingere il treno!).

    Come Cudiel, McA e Donna Danno sostengono, Verona è una città di destra. Questo implica che si giri sempre a destra. E’ così. Forse si allunga un po’, ma nel frattempo ne abbiamo approfittato per ideare un piano perfetto. Ognuno di noi si sceglie la canzone che prega che gli Who ci sfoderino e se esce quella di uno di noi, gli altri quattro gli fanno bordello attorno. Fine. McA sceglie Anyway, Anyhow, Anywhere, Cudiel Baba O’Riley, Donna Danno Behind Blue Eyes, io Go To The Mirror!, la Kerol Bargain. Attenzione, da notare che Behind Blue Eyes è anche il nome del gruppo dove Donna Danno suona il basso. Nelle Behind Blue Eyes hanno tutte gli occhi azzurri, Donna Danno azzurrissimi.
    Arriviamo presto in centro e individuato il bel Colosseo di Veroma (un po’ di divagazioni surreali non guastano mai nel nostro quintetto), andiamo a riempirci di costoso gelato. Donna Danno è un’amante di questa città e ci giuda al fantomatico Balcone di Romeo e Giulietta, ovviamente stracolmo di turisti giapponesi e di scrittecuoricinose, perfino su impalcature temporanee o cicche appiccicate!
    Andiamo a cercarci una birra per ingannare l’attesa, anche se McA non ne ha bisogno perché passa tutto il tempo rapito al telefono da Gio Vox per prepararsi logisticamente i concertoni dell’Heineken, pochi giorni dopo.
    Tutti i nostri biglietti sono della gradinata non numerata (ovviamente: la più economica!), ma la Kerol appartiene a un altro settore, quindi trattiamo con un bagarino per fare uno scambio e stare tutti insieme.
    Quando ci affacciamo all’Arena è un bel colpo. E’ la prima volta che la vedo. Strano, non arriva a riempirsi del tutto, forse non è stato un sold out. Il pubblico si può disporre solo su una metà e il palco con tutta la sua struttura si innalza a partire dall’altra metà di platea. Dentro all’Arena tutto costa molto di più, ma qualcuno passa le birre al popolo (grazie Cudiel e grazie ai ragazzi che avevamo di fronte!).

    Rispetto alla sfiancante attesa che immaginavo per un concertone così, i tempi sono sopportabilissimi, ai nostri eroi non è chiesto nulla di epico (ovviamente erano le prime parole famose).
    Quindi ecco il gruppo spalla: i Rose Hill Drive, un bel trio americano che ci scalda con stile, fanno un bell’hard rock classico e tirato, con un terreno blues spessissimo, goduriosissime distorsioni ruvide e gonfie, come rotolanti, la voce di Jacob Sproul emerge dalla giungla sonora perché è alta e delicata nonostante sia inevitabilmente sporca. Sono belli potenti, ogni strumento ha il suo fortissimo carattere pur formando un amalgama efficacissimo. Io sono nell’umore più desiderabile: serenità che convive con ventralissima tensione. In particolare il basso, ancora di Jacob, è un rapitore senza scrupoli. Infatti mi giro verso Donna Danno e lei mi conferma l’obbligo di adorazione del suddetto. Ormai è amore. Peccato che i maxischermi siano spenti e noi, dalla nostra gradinata, non vediamo i musicisti ben bene. Però capiamo che sono tutti capelloni biondi, alti e magri, fanno headbanging e la loro chioma disegna onde enormi anche per noi.
    McA mi chiede di disegnargli con una biro blu il logo degli Who sul braccio, obbedisco: terrà la manica della maglietta arrotolata per tutto il tempo e mi dice che non si laverà mai la zona, lascerà che se ne vada da sé. La vedranno tutti anche all’Heineken! Dopo queste smancerie fra rock e cuginanza, arrivano Loro.

    Pete Townshend e Roger Daltrey sono gli unici originari Who, alle tastiere c’è John ‘Rabbit’ Bundrick, al basso Pino Palladino (al posto di John Entwistle, morto nel 2002), alla batteria Zak Starkey (al posto di Keith Moon, morto nel 1978, figlio di Ringo Starr) e alla chitarra e voce c’è Simon Townshend. Sono tranquillissimi. Sono (ancora) stilosissimi. Roger Daltrey indossa una camica blu-grigia dentro i suoi sempreclassici jeans, ha gli occhialini tondi e piccoli blu scuro, ha la sua bella sciava biondo(-grigia) corta ma formosa. Pete Townshend ha un gilet nero su una camicia bianca un po’ sbottonata e sul suo buon nasone porta degli occhiali da sole sportivi, poi però li leverà. E adesso cosa faranno?! I pezzi nuovi di Endless&Wire? Forse ce lo stavamo chiedendo in migliaia e in migliaia esultiamo quando inizia I Can’t Explain da My Generation! Intanto i maxischermi si sono accesi e vediamo scorrere filmati della fine degli anni Sessanta, la ribalta dei mods con gli scontri con i rockers, passano scene di risse e articoli di giornali con cronache e articoli che si chiedono chi siano davvero i mods, ovviamente compaiono i primi Who e il loro intramontabile logo. Io non ho ancora realizzato cosa sta succedendo! Il palco mi sembra lontanissimo, ma il video è un bellissimo supporto.
    Da certi concertoni, io non mi aspetto di sentire i suoni chissà quanto bene. Il concerto è l’esperienza, è lo show, è l’insieme. L’Arena di Verona, però, è perfetta anche sotto quest’aspetto e si sente benissimo!
    Dopo ci fanno The Seeker, poi The Substitute! Sono tutti classici e l’Arena se la gode. I video dietro continuano, io mi incanto a vedere fiori coloratissimi e mille altre cose! Vengono proiettati decine di mods in vespa o con l’ombrello sotto la pioggia e contemporaneamente cade qualche goccia che mi cade sulla schiena. Entra da dietro la canottiera inaspettatamente e mi prende benissimo. Inizia a tirare il vento, il cielo prende chiazze arancioni e viola per i lampi lontani. Io sono esuberante e Donna Danno anche: è esattamente questo il tempo che voglio per gli Who, voglio proprio l’aria dritta addosso, voglio che quest’acqua, insieme alla musica, stenda un’unione in tutta l’Arena. Mi giro e vedo McA cantare fortissimo, agitando i pugni davanti alla faccia e con la sciava mossissima dal vento, sorrido. Anche Cudiel canta ma non lo vedo bene. Qualche ombrello si apre e io dò mentalmente dei “pazzi” a costoro, io me ne resto a prendermi tutto quello che il cielo ci sputa. Siamo a Fragments, che inizia come Baba O’Riley. Poi, fantastico, Who Are You, tutta l’Arena canta! Romanticheria e entusiasmo, però, devono calare. Ormai è scoppiato un temporale, gli Who se ne vanno, gli operatori coprono tutto con la plastica, muoriamo dal freddo, ci bagniamo tantissimo, tutta l’Arena diventa un branco che invoca ossessivamente il gruppo: “uh-uh-uh-uh!”. Niente. Sarà un’ora e mezza di sospensione. E di L.S.S. (Last Song Syndrome, McCudiel ©): non finiamo di ripetere il ritornello di Who Are You… Noi abbiamo due ombrelli ma l’acqua arriva da tutte le parti, piove quasi orizzontale, le calze degli altri sono inzuppate (le mie no perché sono una ragazza previdente (!) e mi ero munita di super stivali!). Continuano a partire i cori, ma un numero considerevole di gente se ne va e in tanti si infilano nelle entrate, al riparo. Noi siamo stoici. E furbi e fortunati. Tutti i cancelletti che dividevano i settori sono stati aperti, quindi noi passiamo dal peggio-posto alla platea, dovremo restare in piedi ma è molto meglio! Siamo finiti nelle prime dieci file, siamo avanzati e scesi di tantissimi metri! Altro che guadagnare la transenna dalla quinta fila! Dopo questa genialata, però, non sappiamo ancora se gli Who usciranno. Il palco è allagatissimo e pieno di operatori che devono buttare fuori l’acqua. McA e Cudiel sono in tensione. Donna Danno ha freddissimo. Io sono stranamente sospesa, probabilmente anche la Kerol (dato che abbiamo meccanismi cerebrali quasi identici).
    Ricominciano i cori. Ecco che spuntano, incredibile! Il pubblico li accoglie felicissimo, noi vediamo pure le rughe! Com’è stiloso Roger con quel portamento controllatissimo e un po’ altezzoso, con quei jeans ancora attilatissimi! Pete sembra fin sollevato di essere tornato. Dicono qualcosa, forse si scusano. Parte Behind Blue Eyes, delirio collettivo! Ci voltiamo verso Donna Danno, tutta presa, è la sua canzone! Donna Danno, però, sostiene di portare sfiga. Io non ci credo. Ma lei non fa che rafforzarsi la tesi: stanno ancora suonando questa che riprende la pioggia e Roger si interrompe bruscamente, è incazzatissimo, gesticola. Dice qualcosa come:
    - Sorry, but my voice is gone.
    Sussulto enorme del pubblico, poi lo chiamiamo tutti. Niente. Pete e il traslator ci dicono di aspettare ancora una decina di minuti, si scusano. Sembra che Pete sia l’elemento che equilibra l’ira di Roger. Adesso però la pioggia ci pare sopportabilissima e la gente è risentita. La ragazza vicino a me non si capacita di come dopo una vita di eccessi, come si suol dire, Roger si fermi per dell’acqua. Io sono sempre sospesa. In un certo senso mi fido di Roger e mi dico che avrà le sue buone ragioni. McA ci dirà poi che in questa pausa ha avuto Paura. Il pubblico si sgola. E non ho mai sentito suppliche collettive più geniali. Urliamo a Roger di non preoccuparsi, cantiamo noi, ma venite! Alla fine, vengono! Pete aiuterà Roger con la voce, ma va benone, è sempre stato così.
    Fanno Let’s See Action (cantata tutta da Pete), poi Eminence Front, degli ’80, poi Relay, altro pezzone dei primi, stilosissimo (di quelli che socchiudi gli occhi, allunghi le labbra mo’di bacio e corrughi la fronte ondeggiando senza eccesso). Ho la giovinezza che mi esplode dentro quando fanno Magic Bus, mi viene in mente la relativa copertina e vorrei proprio saltare giù da “un” bus, così. Il mio corpo è troppo piccolo per contenere l’energia. Finalmente ci uccidono: Baba O’Riley! Inconfondibile (se non per Fragments, che però è già passata!), è fatta apposta per tenerci in attesa, è una canzone che ti tiene in attesa, con quell’intro strumentale illuminato, finchè non ti permette di sfogare tutto nella voce che scoppia improvvisamente ma con una classe che io non saprò mai spiegare. Non saprò mai spiegare la musica degli Who. E’ aliena, per me. Pur essendo tremendamente - ormai - storia. Aaah. Chiaramente cantavamo tutti.
    Continuano con dei pezzi storici. Ovviamente ne siamo tutti contenti, quelli sono quelli gli Who più familiari. Dentro di me, però, mi domando sempre con che spirito loro eseguano quelle canzoni. Le sentono ancora tantissimo? O è come un bell’incontro nostalgico? O c’è dietro qualcosa di peggio…? So che non potrò saperlo e che probabilmente è una questione complicata e personalissima per tutti, ma non so che darei per avere la conferma che la scaletta la decidono loro e basta. Poi la paranoia si ferma, non voglio inquinarmi il concerto. Pete sembra davvero presissimo, ci tiene! Roger mi sembra che abbia messo professionalmente da parte gli scazzi e si impegni con la volontà che viene dall’orgoglio, come un leone. Mi domando a tratti cosa sta pensando. Mi dico che se anche fosse incazzato nero e avesse voglia di piantarci ancora in asso, mi esalterebbe comunque. Mi dispiacerebbe moltissimo e mi sentirei un po’ abbandonata. Ma i rockers irascibili sono meravigliosi.
    Come McA aveva previsto e sperato, Pete ci regala le sue sbracciate volanti sulla chitarra e ogni volta aggiunge un giro.
    Durante The Real Me, da Quadrophenia, vengono proiettate immagini di una squadra di manichini tutti uguali e in ordine, tutti bianchi, escluso quello rosso. Pinball Wizard ci infuoca. The Kids Are Alright e My Generation ci uniscono proprio con lo scotch potentissimo, quello degli scatoloni, quello marrone e largo, dieci giri veloci e violenti e tradizionali attorno al pubblico! (Anche se detto da una ragazza nata nell’89 sembra assurdo. Sarà che l’adolescenza è trasversale, sarò una nostalgica irrecuperabile, sarò un’amante della musica.) Con Won't Get Fooled Again chiudono col botto. Forse non sono ancora abbastanza sazia ed esausta, questo concerto aveva una tempistica assurda che mutilava le cavalcate, ma va benissimo, siamo contenti. Mentre usciamo dall’Arena vedo Cudiel strano, zitto, è completamente in un altro mondo estatico.
    Io, Kerol, Donna Danno e Cudiel ci prendiamo una furiosa maglietta blu scurissimo con Peteechitarravolanti e la scritta “The Who” in stile spudoratamente Sixties. Woah.

    Torniamo a Cremona con Whos’ Next che impera in auto. Abbiamo gli abiti fradici. All’andata si parlava dei mods che si facevano asciugare i pantaloni addosso. Ecco. E sono contenta come una bimba che gioca nel fango!
    All’autogrill (minuscolo) siamo solo un’orda di belve con la stessa maglietta (che abbiamo già tutti sostituito a quella bagnata!). C’è una videocamera interna che ogni tanto ci mostra in un televisorino. Io e il cugino aspettiamo attenti quando ci passeranno ed ecco che ci vediamo alzare contemporaneamente il braccio con allegato il pugno+pollice+indice+mignolo! Che due splendidi idioti!
    In auto McA messaggia esaltato con Aldo, dalla Sicilia, rocker conosciuto pochi giorni prima. Ci informa che col cuore pure lui rockeggiava nell’Arena. Consideratelo parte della brigata, quindi.
    Tornati scopro che mi hanno fottuto la bici. Bello lo stesso. Una tranquillissima mini-passeggiata notturna ripensando a tutto quello che era successo, alla potenza degli Who e alla loro inspiegabile magneticità.The WhoRose Hill Drive